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Nuove sfide per lo sviluppo software in Italia

Un popolo di poeti, di artisti, di navigatori. Di stilisti e di designer. Di scienziati, anche, sia pure poco considerati in patria, e costretti quasi sempre ad emigrare per poter lavorare davvero. Ma non di progettisti software. Nel settore dello sviluppo software l'Italia, come paese, non ha mai brillato. In una classifica mondiale di aziende produttrici di software, le aziende del nostro paese semplicemente spariscono. Neppure restringendo il campo di osservazione a livello europeo è possibile trovare aziende italiane di software in posizioni significative. Fanno una parziale eccezione le realtà, come Finsiel o Telesoft, che continuano a godere di una rendita di posizione nei settori della pubblica amministrazione e delle aziende parastatali. E al di là delle classifiche per fatturato, nessuna software house italiana è competitiva a livello europeo. Negli ultimi anni, anzi, società europee ed americane hanno trovato da noi un comodo terreno di caccia, acquisendo senza troppi oneri software house italiane di medie dimensioni per stabilire una testa di ponte nel nostro paese.

La debolezza del settore del software applicativo in Italia trova la sua spiegazione principale nella corrispondente debolezza del mercato di riferimento. La domanda informatica in Italia è stata, praticamente da sempre, ben inferiore a quella dei principali paesi industrializzati. E' stata inferiore negli anni ottanta, l'epoca delle vacche grasse, quando ci si chiedeva se eravamo la quarta o la quinta economia mondiale, ma non venivano effettuati investimenti nell'innovazione di processo e si approfondiva il degrado della pubblica amministrazione. Ed è stata inferiore all'inizio degli anni novanta, nel periodo della crisi. Mentre le principali economie europee investivano in tecnologie, in riorganizzazioni e in soluzioni applicative per ritornare ad essere competitive, le aziende italiane contraevano gli investimenti in informatica, considerati non strategici.
Si aggiunga a questo quadro l'assenza di una politica per l'informatica da parte dei diversi governi, una separazione più netta che altrove tra l'università ed il mondo produttivo, il perdurare di logiche di mercato captive, con la creazione da parte di molte aziende di proprie software house mono-cliente, sottratte ad ogni logica di mercato.

Tira aria di ripresa per lo sviluppo software. Un po' è l'effetto della più generale ripresa dell'economia italiana. Un po' le necessità imposte dalle improrogabili scadenze di due eventi come l'arrivo della moneta unica europea e dell'anno 2000. Un po', ma forse soprattutto, le dinamiche di internazionalizzazione dei mercati, che hanno coinvolto, e stanno per sconvolgere, anche settori tradizionalmente molto tranquilli, spinti a mutare i propri equilibri consolidati.